La ragazza alla finestra

Quando Martino la vide, poco dopo la mezzanotte, ebbe un sussulto: era certo che fosse Simona. Aveva i capelli neri di Simona, gli stessi occhi di Simona. Ma non era Simona.
Simona, una mattina di fine marzo, con una valigia in mano, gli aveva detto: «Parto per Londra. Con John» (ma non era soltanto l’amico inglese?); aveva aggiunto: «ah, auguri!», intempestiva nel sottolineargli che quello era anche il giorno del suo compleanno.
La giovane donna che sembrava Simona stava seduta dietro alla finestra aperta del pianoterra di un palazzo, con l’impronta dell’arancione smorzato di un lampione spianata sul viso. Non era la prima volta che Martino faceva il tragitto fin lì, eppure non l’aveva mai vista prima d’ora.
Era uscito a buttare le consuete bottiglie di vino, amiche frivole alle quali, anche quella sera, aveva chiesto di rammendare gli strappi della solitudine, maturando la fissa catartica di liberarsi subito di ciò che gli ricordava le proprie debolezze, perché gli dava l’illusione di potere sempre ricominciare da una buona intenzione.
Con passo incerto, ma controllato, si fermò davanti al cassonetto della raccolta differenziata, posto nel lato della strada di fronte alla finestra aperta. Martino spinse la seconda bottiglia nella campana con più cautela, dopo essersi accorto che, al contatto con i cocci di vetro infranto contenuti all’interno, il primo lancio aveva prodotto una tale deflagrazione da svegliare l’intero isolato; così, lasciò scivolare dal foro d’ingresso la successiva, lentamente, sperando di non distrarre ancora la ragazza assorta, che, col biasimo puntellato nello sguardo, lo stava facendo sentire come un vagabondo sorpreso a chiudersi la cerniera dei pantaloni vicino al tronco di un albero.
Terminata l’operazione, Martino si avvicinò e appoggiò una mano sul muro del palazzo. Ingoiò un boccone di umidità e alzò la testa verso la donna che rimase dov’era, senza allontanarsi dalla finestra o chiuderla.

«Scusa.» puntò con l’indice molle il contenitore cilindrico «Le bottiglie di vetro, non sai mai come infilarle in quel coso per non farle esplodere…»
Poiché la tipa rimase in silenzio, con le labbra che formavano un accenno di sorriso, lui temporeggiò picchiettando le mani sulla giacca. Fermò il movimento all’altezza del taschino in alto e tirò fuori un pacchetto di Lucky Strike.
«Fumi?»
La ragazza si sporse un po’ in avanti senza alzarsi e distese un braccio.
«Grazie, sì. Non dovrei, ma… chissenefrega!»
Martino scrollò il pacchetto per fare uscire una sigaretta e gliela porse, anche se dovette sollevarsi sulle punte per fargliela prendere. Recuperò l’equilibrio piantando i talloni sul marciapiede.
Lei aveva un accendino da qualche parte, perché non si curò di aspettare che lui le allungasse la fiammella del suo e si mise davanti il bicchiere di plastica che teneva di lato, sul davanzale.
Martino diede una lunga tirata e la guardò con un’attenzione diversa.
«Sono uno sconosciuto. Non hai paura?» Mentre parlava, sbuffi di fumo si inerpicavano lungo gli zigomi e gli appannavano la vista, il resto lo espirò con un soffio deciso.
La giovane donna fece cadere la cenere dentro il bicchiere.
«Sembri a posto. Più sbronzo che maniaco.»
Martino si aggiustò il colletto della camicia sotto la giacca, la guardava con gli occhi assottigliati dalla spirale grigia che saliva dalla sigaretta stretta fra le labbra. Cercava il contegno che non aveva dimostrato.
«Mi chiamo Martino.»
«Emma» gli andò dietro lei, senza tendergli la mano.
«Oh, come Emma Watson, l’attrice.»
«Come Emma Bovary, semmai: mia madre dice sempre di avermi dato questo nome dopo avere letto il romanzo di Flaubert.»
Martino si accorse che lo sguardo che le aveva rivolto, privo di espressione, l’aveva fatta ridere.
«Conosci “Madame Bovary”, no?»
Capì di averle dato l’impressione di uno che si sta affannando a cercare qualcosa che non trova: in effetti, “Madame Bovary” era scomparsa dalla sua memoria di lettore occasionale.

Si ricordò di una battaglia ingaggiata con Simona a suon di libri prelevati a caso da una mensola e scagliati con traiettorie mirate. Una bomba cartacea gli aveva stampato in fronte la promessa di un bernoccolo e lui era riuscito a squinternarle sul petto un’edizione de “I Promessi Sposi”. Forse c’era anche Flaubert in mezzo a quel fuoco incrociato di copertine, ma aveva rimosso l’oltraggio causato dal loro ennesimo scontro.
Un refolo di vento trascinò per qualche metro una carta di alluminio, che prolungò il suo crepitio sulla strada finché non andò a incastrarsi sotto la ruota di un’auto parcheggiata; Martino, distratto da quell’ultimo pensiero, tossicchiò e si voltò di nuovo verso Emma.
«Che fai seduta, a quest’ora, davanti a una finestra spalancata?»
«Mi godo il silenzio. Di giorno, questa strada è un tale caos.»
«Non ti ho mai vista da queste parti. Abito laggiù» spinse in avanti il mento in un vago cenno a un gruppo di edifici più in là «e non ti ho mai incontrata.»
«Non sto molto in giro.»
Emma scrollò di nuovo la cenere della sigaretta dentro il bicchiere; Martino gettò il mozzicone per terra e lo sminuzzò sotto la scarpa. Gli era capitato un piacevole diversivo, dopo serate intere trascorse su un divano con la musica in cuffia e una schiera di pessimi pensieri a ricordargli tutti i più recenti fallimenti: aveva  residui di relazione sentimentale ancora appiccicati addosso, di cui voleva disfarsi e un nuovo lavoro da cercare.

Rimase a parlare con Emma per un’ora e mezza, affascinato dai sorrisi che lei dispensava con parsimonia e dalla sua ostinata postura davanti alla finestra, seduta, con i gomiti ben piantati sul davanzale e il busto piegato a formare un angolo acuto con il resto del corpo. Muoveva il viso poggiato sulle mani incrociate, assecondando inclinazioni che andavano in pendant con il proprio tono di voce o con ciò che le diceva Martino: se era qualcosa che la metteva a disagio, Emma ruotava la testa lievemente di lato per nascondere il rossore camuffato dalla luce artificiale dei lampioni; se le raccontava una cosa buffa, lei faceva scivolare il viso in giù fino ad appoggiare il naso sulle mani e ridere di soppiatto.
Non era più Simona agli occhi di Martino: Simona aveva l’abitudine di dialogare in piedi, con un braccio flesso a reggere il gomito dell’altro e la mano libera che spazzolava l’aria una parola sì una no: aveva una postura così saccente, una compostezza talmente innaturale! Anche quando litigavano, la sua bocca si contraeva, si dilatava, si arricciava con un ritmo studiato, come se stesse recitando un copione, che prevedeva sempre un finale in lacrime. E non aveva la dolcezza di Emma nel raccontarsi.
Emma era stata un’atleta, ora non più; correva fino a quindici chilometri al giorno, ora non più; studiava pianoforte al biennio del Conservatorio, questo continuava a farlo e dava anche lezioni di musica a una bambina autistica; comprava compulsivamente libri e leggeva ogni sera. Avevano riso di qualche battuta, lo sguardo di Martino continuava a posarsi sul suo mezzo busto: aveva una scollatura che si fermava giusto nel punto in cui il seno formava un’ansa dove la croce della collana cercava di incastrarsi, ogni volta che lei si muoveva avanti e indietro.
Emma non era bella: aveva la bocca sottile, il viso irregolare e denti che, a dispetto della loro imperfezione, rendevano perfetto il suo sorriso. Era simpatica, timida, intelligente.
Simona aveva la bocca carnosa, dentatura impeccabile, che, però, lo rendevano affettato, il suo sorriso, non bello. Era un po’ snob, disinibita e anche lei intelligente. Abbastanza da aspettare il momento opportuno per lasciarlo. Martino non si era mai soffermato a pensare che era già trascorso un anno dalla fine del loro rapporto.
«Ti andrebbe di fare una passeggiata?» disse, incoraggiato dalla confidenza raggiunta in fretta con Emma.
«A quest’ora?»
«Io non dormo, tu nemmeno…»
«Tra poco pioverà, non lo senti l’odore di bagnato nell’aria?»
Emma staccò i gomiti dal davanzale e si passò una mano fra i capelli. Il sorriso le si era spento in viso.
«Okay, scusa. Mi conosci appena. E per di più pensi che io sia brillo. Il che è vero, considerato che mi è venuto il torcicollo per parlare con te e nonostante ciò non mi decido ad andarmene.»
Il sorriso di Emma resuscitò dalla piega dritta delle labbra.
Come un presagio indovinato cominciò a piovere.
«… Tempismo perfetto! Mi conviene rientrare in casa.»
Martino si cacciò le mani in tasca, incassando il collo dentro la giacca.
«Posso rivederti domani?»
«Non saprei…»
Capì di avere messo in difficoltà Emma dal modo in cui lei cominciò a muovere gli occhi: guardava dappertutto fuorché davanti a sé, dove quelli di Martino aspettavano una risposta.
«Il tempo di un caffè. E di una chiacchierata.»
Forse si era sbilanciato troppo, ma parlando con lei aveva immaginato un’opportunità e non voleva si trasformasse in una occasione perduta.
«È un po’ complicato…»
Gli aghi di pioggia, che gli arrivavano in faccia, costringevano Martino a tenere la testa piegata. Pensò a cosa potesse complicare un loro eventuale incontro e la cosa più ovvia che gli venne in mente fu la possibilità che ci fosse un uomo nella vita di Emma. La guardò, riparandosi con una mano e la incalzò apposta.
«Mi prenderò un accidente. Che dici, allora?»
«Ci penserò… se non sarai tu, prima, a ripensarci.» Emma pronunciò quest’ultima frase a voce bassa, col tono ironico che sta per svelare una beffa.

Si sporse di lato e spinse verso di sé il bracciolo di un’altra sedia, rimasta dietro la tenda come una discreta dama di compagnia. La luce arancione del lampione si poggiò sulla cromatura delle parti metalliche. La sedia l’affiancò senza fare rumore: il soccorso solerte approntato da un’amica. La ragazza fece leva con le braccia, con la sola forza degli arti superiori si spinse di lato e si sedette sul trono con le ruote, cui la sua vita da principessa sfortunata l’aveva condannata.
Martino trattenne fiato e parole, impermeabile alla pioggia che cominciò a infierire su strade, auto, alberi e su di lui. Si chiese se aveva capito bene o se era stato solo vittima di un’allucinazione, e se l’acqua che lo stava inzuppando era reale.
Emma non gli alleviò la delusione, non aggiunse nulla allo spiccio «ciao» che gli rivolse con un sorriso ricucito sulle labbra. Martino vide le sue braccia piegate di lato, con i muscoli pronti a tirare indietro le ruote della carrozzina; la giovane disabile spostò la sedia sulla quale era stata seduta fino allora (doveva essere bello vivere, ogni tanto, l’illusione della normalità: è questo che lui pensò con tenerezza), e si collocò al posto di essa, come una bambola di pezza costretta a tornare dentro la sua cesta dopo un bel gioco. Gli fece un cenno con la mano, calmo, rassegnato, poi spinse i battenti della finestra. Il riflesso del lampione e il suo volto si sovrapposero.

Martino si svegliò che il sole era già alto nel cielo, ma tingeva di autunno quella domenica di maggio, coperto com’era da uno strato denso di nuvole che minacciava ancora pioggia.
Andò in cucina, si riempì un bicchiere d’acqua e guardò fuori, in direzione dell’isolato più avanti. Non era mai stato così vicino alla preghiera come nella notte appena trascorsa: il silenzio e l’insonnia gli avevano dettato pensieri, ispirato progetti, suggerito buoni propositi.
Sbirciò le lancette dell’orologio, sì vestì in fretta e, sull’uscio della porta, si ricordò di prendere l’ombrello. Aveva un appuntamento.

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